venerdì 19 giugno 2015

Con i propri occhi -Mauro Magni


Dal 6 giugno al 17 luglio 2015
Philobiblon Gallery
Via Antonio Bertoloni 45 , 00197 Roma

(testo Rosa Orsini)
Pittore, ceramista, grafico ed illustratore, ma soprattutto artista, Mauro Magni si racconta in questa lunga intervista in occasione della mostra presentata alla Philobiblon Gallery di Roma, intitolata “Con i propri occhi”. Un progetto espositivo che coinvolge, seppur in tempi diversi, l'artista ed amico Angelo Colagrossi. Insieme hanno condiviso le fasi preparatorie e l'impegno artistico di quest'atipica e suggestiva bipersonale, curata dalla critica d'arte Sissi Aslan, autrice dei cataloghi insieme ad Alberto Gianquinto.
Nipote del famoso e compianto regista Luigi Magni, Mauro sembra aver ereditato la grande e profonda vena artistica di famiglia. Oggi rivendica la purezza espressiva e il valore estetico della pittura, laddove si riconduce ad una formazione solida, frutto di studi e sperimentazione. Mauro è un uomo apparentemente mite, ma nel raccontarsi si dimostra ricco di una forte carica emotiva e spirituale. Autenticità che riversa nelle sue tele, dove l'impatto cromatico, proprio in virtù di questo impeto creativo, cattura per la sua intensità. Definito l'autore delle montagne, soggetto che per lungo tempo ha caratterizzato i suoi lavori, testimoniato dagli acronimi e dagli ideogrammi con cui si firma (lo pseudonimo di magma MAG magni Ma mauro ne è un esempio), partendo da un'intimistica rappresentazione della realtà, perviene nel corso della sua carriera ad un'arte concettuale, improntata sui conflitti laceranti del nostro secolo e simbolizzata dalla Torre di Babele, che riproduce su quadri con acrilico, collage e a tecnica mista.
La mostra si sviluppa lungo un percorso visivo in cui si dipana il filo di un narrazione spirituale, di un viaggio verso la catarsi e la purificazione, attraverso luoghi onirici e metaforici, nella costante a sottesa critica alla società contemporanea che tende a soffocare e distruggere la natura. Le tele e le tavole, supporto preferito dall'artista, dialogano con le ceramiche smaltate dai colori vivaci che completano e arricchiscono l'esposizione.
Si tratta prevalentemente di cicli pittorici che riproducono, oltre alle già citate montagne, le altezze pericolanti della torre di Babele, presa a simbolo della nostra società, malata e decadente. Una struttura in bilico, le cui pareti esterne richiamano elementi decorativi propri dell'architettura classica e romanica, cui abbina e sovrappone varianti stilistiche. In alcuni quadri accosta evocazioni visive del mare, in altre lingue di fuoco che divampano e distruggono, un atto simbolico della purificazione salvifica.
Ma sopratutto arricchisce i soggetti con un elemento insolito, ossia i blister delle medicine, che appaiono come alveari o nicchie di contenimento e sostegno della struttura. In riferimento alla società contemporanea, profondamente malata perché violata e danneggiata dall'egoismo distruttivo dell'uomo, il blister diviene il simbolo della cura, la soluzione impellente ai malesseri dell'uomo e del mondo. Magni traspone nei quadri lo spleen, il mal di vivere della nostra era. Reset, Trans, la serie Torre di Babele sono i titoli dei lavori esposti. Quadri di medie e grandi dimensioni in cui l'artista inserisce, accanto alla ripetizione dei soggetti, parole scomposte, preghiere criptate o semi cancellate, mantra. Un accostamento riflettuto della parola al disegno, matrice profonda della sua personalità artistica.
Il tema della Babele è un tema universale che ritorna in tante situazioni e che prende spunto dalla realtà, dai viaggi nei paesi latinoamericani, dai bassifondi dei paesi poveri, dalle baraccopoli, dalle migliaia di guerre che affliggono l'umanità e che minacciano le fondamenta della nostra società. Ma Magni, lungi dal voler apparire un artista apocalittico, al culmine del suo percorso spirituale, apre le porte alla speranza.
Nell'ultimo quadro che chiude la serie, intitolato Koo-i-Noor, la visione pessimista lascia il passo ad una via di salvezza, cui si giunge attraverso la purificazione, l'introspezione spirituale dell'uomo e la consapevolezza di dover rimediare ai propri errori. Un atto d'amore e di coraggio, verso se stessi e l'umanità intera.


Domanda: Parliamo di questo lavoro che oggi esponi alla Philobiblon Galllery di Roma. Partiamo dalla serie delle montagne, che occupa tutta una parete della sala principale. L'impatto cromatico è molto forte. C'è una riproposizione, anche un po' ossessiva, della montagna dovuta evidentemente ad una scelta di fondo. Un disegno di base su cui apponi colori diversi. La scelta di colorare il disegno usando colori caldi o freddi, tonalità chiare o scure, su uno stesso soggetto è fatta per suscitare emozioni diverse?
Mauro: Principalmente io non mi pongo il problema di suscitare emozioni negli altri. O Forse sì, ma in un secondo step. Prima di tutto mi preoccupo di raccontare me stesso. Se poi questo suscita emozioni negli altri sono felice. Io considero questi quadri prima di tutto degli autoritratti emotivi.

D: Come è nato il ciclo della montagna?
Mauro: La montagna è diventata il mio nuovo punto di partenza nel momento in cui otto anni fa ho deciso di lasciare Roma per trasferirmi a Trevignano Romano.

D: Quindi questo è il panorama che vedi dalla finestra?
Mauro: Effettivamente sì, perché ho la fortuna di avere una casa con la veduta su una collina alta 500 metri, di forma conica e di natura vulcanica. Mentre dall'altra parte della casa vedo il lago. Ma non si tratta proprio di una riproduzione realistica quanto di uno spunto. La forma della montagna, atavica e primordiale, riporta ad un indagine interiore e psicologica che ho preso a pretesto.

D: Su uno dei quadri, Rocca Romana, hai scritto una frase in francese. Per quale motivo?
Mauro: Si tratta della frase che scrisse Cezanne a proposito della montagna di Saint Victoire, da lui stesso dipinta. Una sorta di giocoso parallelismo in cui mi sono sentito un po' Cezanne. Ho riconosciuto in questa montagna una forma spirituale, una sorta di divinità che mi ha ricondotto alla pittura. Quindi mi sono concentrato sul valore psicologico del colore, su quello che poteva dare. La serie è il racconto di un'interiorità che in questo caso esce fuori in forma di fotogramma.

Domanda: Il tema della montagna fa parte di una serie di lavori degli anni passati. Successivamente da una pittura se vogliamo intimista sei approdato ad un'arte più concettuale. C'è un messaggio che vuoi comunicare attraverso i tuoi quadri?
Mauro: In qualche modo sì. Anche se per certi aspetti non mi ritengono un pittore concettuale, è pur vero che le mie cose contengono un concetto. Ma non vorrei però che per certi aspetti i miei lavori diventino impenetrabili.

Domanda: Come avviene il passaggio alla torre e alla sua simbologia?
Mauro: Il primo lavoro che ha avviato il ciclo della torre di Babele si intitola “Nella confusione di Migdal”. Nome ebraico che si riferisce a Babele. È stato esposto nel 2012 in una bella mostra organizzata da Paolo Pancaldi all'ex manicomio di Roma, a Santa Maria della Pietà. L'esposizione, intitolata Al buio, è stata allestita nell'ex lavanderia, quindi in uno spazio molto suggestivo, dove sei tele di sei artisti diversi dialogavano al buio, perché in questo spazio erano le uniche cose ad essere illuminate. Un bellissimo progetto che ha coinvolto anche Angelo Colagrossi, amico e collega che mi ha preceduto in questo progetto alla Philobiblon, Valerio Berruti, Tommaso Cascella, Bruno Ceccobelli e Pablo Echaurren.
La torre è nata come conseguenza naturale di una riflessione. E' una Babilonia che rivendica fortemente una sua identità. Ci sono riferimenti architettonici che attingono ad elementi classici. Ho disegnato delle colonne a comporre una sorta di architettura che potrebbe ricordare il Colosseo. In basso il mare che rimanda al nostro Mediterraneo. Per me la pittura è soprattutto evocazione. Io non amo il raccontare didascalico, quanto evocare le cose attraverso delle pennellate. Alcuni segni fanno parte del mio linguaggio e diventano scrittura, dei geroglifici che potrebbero in qualche modo ricondurre a varie culture.
Ma Il mio è anche un lavoro sulla memoria, sulla sovrapposizione delle culture e delle esperienze umane. Pelli sovrapposte che completano la vita di ogni individuo. Ecco perché spesso aggiungo strati sovrapposti di carte strappate, proprio per ribadire questo concetto.

D: Ad una torre che si erge verso l'alto accosti due quadri dove la struttura sembra sciogliersi, come se si stessero disgregando.
Mauro: La disgregazione è uno degli elementi ricorrenti nei miei lavori. Tant'è vero che il concetto fondamentale, in questa serie chiamata Trans, è la trasformazione, ossia il passaggio della natura ad una condizione di sofferenza, perché violentata dall'intervento dell'uomo. Nei quadri creo una fusione tra la natura e la torre, ossia tra la natura e l'intervento dell'uomo, dove ognuno cerca di sovrastare l'altro.

D: Un'altra caratteristica dei tuoi lavori è la presenza dei blister delle medicine.
Mauro: I blister formano visivamente una sorta di alveare, come fossero le placche di un restauro di contenimento. C'è un forte messaggio concettuale: con esso intendo richiamare l'attenzione ad un ipotetico ed indispensabile rimedio per sostenere la struttura vitale dell'uomo. E' un elemento che aggiungo anche nelle ceramiche, in oro o in platino, che fa riferimento alle droghe o alle medicine, che l'uomo si illude possano essere il sostegno della sua vita.

Domanda: Oltre ai quadri ci sono anche delle superbe ceramiche, in cui riproduci i cappelli dei maya, i chantici, che ad un primo sguardo assomigliano a delle lingue di fuoco.
Mauro: Al di là dei titoli con cui mi sono divertito a giocare, la ceramica è un nuovo percorso che ho condiviso con Angelo Colagrossi. Insieme abbiamo modellato, ognuno perseguendo la propria tematica, la materia, lavorando a stretto contatto. Abbiamo seguito tutto il processo di realizzazione delle ceramiche perché rivendichiamo anche la manualità, e l'artigianalità di quest'arte.

Domanda: Parliamo di questo quadro con la torre in fiamme intitolato Finis terrae.
Mauro: II fuoco è un elemento che uso spesso come soggetto, anche senza le torri. Esso compare nella mia produzione proprio in virtù del concetto che ti ho esposto prima, ossia la presenza del conflitto tra uomo e natura a cui si aggiunge il tentativo di sopraffazione dell'uno sull'altro. Anche qui puoi notare la presenza dei blister sulla montagna, come per dire che ormai la natura è stata contaminata e sporcata dall'uomo. Poi però la natura si riprende il suo posto.Il fuoco rappresenta proprio la rigenerazione della natura. E' un fuoco trasformatore, che opera una sorta di resettaggio. Il fuoco di De Lavoisier per cui nulla si crea e nulla si distrugge ma tutto si trasforma.

Domanda: Passiamo ad un altro quadro, Koo-i-Noor, una torre bianca su uno sfondo campito da una preghiera in sanscrito, in contrapposizione ad un quadro nero campito con una preghiera cristiana, esposto sulla parete opposta.
Mauro: Mi piace lavorare con queste due tonalità, il bianco e il nero. Mi trovo assolutamente a mio agio nel farli dialogare, perseguendo il discorso degli eterni opposti, dei contrasti, dello yin e dello yang. SI tratta di un mantra in sanscrito, che deriva da un avvicinamento allo yoga e a tutto ciò che è collegato ad esso. Concettualmente, l'inserimento dei mantra e di altre scritte nei quadri, vuol significare che la disfatta umana trova la salvezza solo nella spiritualizzazione individuale. Questo è uno dei quadri più positivi e luminosi, non a caso è l'ultimo della serie, importante per bilanciare un discorso laddove potevo essere interpretato come un pittore apocalittico. Per questo ho inserito in cima alla torre la pigna, che secondo la dottrina buddista rappresenta la ghiandola pineale, definita anche terzo occhio, considerato la chiave di accesso alla spiritualità e alla connessione con se stessi e con l'universo,
Mauro Magni (foto Rubina Brugugnoli)

D: invece nel quadro nero la contrapposizione è netta, sia per la tonalità sia per la presenza della preghiera cristiana di papa Francesco, che si cancella in un ondata di disfacimento. Tant'è che l'invocazione O Dio diventa o meglio si trasforma nella parola odio, in un gioco di scritte a rilievo.
Mauro: Questo quadro rappresenta l'antitesi al bene, all'amore universale. E' volutamente ispirato alla Palestina, si intitola Marte (Gaza), ed è nato dall'osservazione dei fatti. Fa parte di una serie di lavori che ho esposto al Maam. E' gessetto su acrilico nero. La tela sembra una lavagna. Una scelta voluta perché la riproduzione di un supporto che la ricordi mi serve concettualmente come riferimento all'insegnamento scolastico, dove quello che veniva insegnato veniva scritto sulla lavagna. Da qui il libero arbitrio dell'uomo, la scelta di cancellare, di non imparare niente, di non far tesoro di alcun insegnamento.

Domanda: Passiamo ad un altro quadro, Android's dream dove il colore assume la tonalità del turchese.
Mauro: Il titolo di Questo quadro, Android's dream, è un riferimento a Blade runner, Un film che appartiene alla mia generazione. Il turchese alleggerisce la tematica. In questo più che in altri rivendico la mia natura di pittore che si vuole liberare da certe costrizioni tecniche, pur entrando nel dettaglio di certi particolari effetti come le screpolature.

Domanda: Concludiamo questo nostro percorso con due quadri con sfondo nero e gessetto, carichi di lettere e parole scomposte.
Mauro: Nella prima opera le lettere sovrimposte, apparentemente senza significato, sono delle preghiere criptate. E' l'atto di dolore, dove l'iniziale della parola si ripete a loup. Nei miei quadri inserisco la nostra l'identità religiosa, se vogliamo anche imposta dalla nostra cultura. E' un po' provocatorio verso il senso del pentimento che ci hanno inculcato. Ma c'è una doppia lettura, L'opera si intitola Reset, a significare che se non vogliamo che la torre crolli è necessario un resettaggio, che ci fa guardare dentro, e quindi un pentimento, ma non in senso strettamente religioso. Dopo di che si giunge ad un percorso spirituale più ampio, rappresentato dalla ghiandola pineale.
L'altro quadro invece fa parte del tema babelico della confusione di linguaggi. Qui le scritte sono di senso compiuto ma laddove sovrapposte finiscono per non far comprendere più niente. Rappresenta l'eccessivo parlare della nostra epoca che diventa veramente una Babele, dove regna la confusione e dove la via di uscita sembra essere sempre più lontana.

Nessun commento:

Posta un commento